Padre e figlio, amore immenso

Ho scritto questa storia per mammenellareta.nostrofiglio.it.   che ha pubblicato il racconto per la prima volta in rete. Una storia che mi appartiene, scritta con il cuore, una storia  che ho per metà vissuto e che mi è stato chiesto di scrivere dai protagonisti. Buona lettura.

Ogni bambino che il cielo ci dona è un miracolo, noi crediamo che tutto avviene per caso, che tutto è un susseguirsi di eventi, eventi che possiamo controllare. Crediamo che il destino ci appartiene e vivendo sulla scia delle emozioni non facciamo mai caso ai dettagli, i dettagli che poi, nella nostra vita fanno la differenza.

Mio figlio per me non era un dettaglio, era un figlio, era amore, era vita, dolcezza, ma non un dettaglio, perché lo amavo e lo amo come amavo e amo tutti gli altri miei figli.Adesso però, adesso che la vita ci ha messo in ginocchio, adesso che mio marito è un malato di cancro, a parer dei medici, malato di cancro terminale, so che quel figlio che amiamo più della nostra vita è stato ed è quel dettaglio necessario, il dettaglio che ora fa la differenza.

Ho 55 anni, ho conosciuto mio marito a soli 13 anni, a 15 anni ero sua moglie, a 17 ho avuto la mia prima bambina.

Donna, madre, compagna, moglie, con vita una vissuta in fretta, senza tappe, senza stop, avanti, sempre avanti, con le nostre salite e le nostre discese, con la nostra casa da costruire, con i km da percorrere per tornare a casa, eravamo emigranti al nord, è lì che mio figlio è nato figlio ma è lì che non è cresciuto.

Mio figlio è nato un sabato pomeriggio di 37 anni fa, in un ospedale della lontana Lombardia, secondogenito, il figlio maschio che mio marito aveva tanto desiderato.

Poche ore di travaglio, parto naturale e poi l’amore immenso tra le nostre braccia.

Era fredda Brescia, era davvero fredda e già a 1 mese abbiamo rischiato di perdere il nostro bambino.

Bronchite asmatica, ricovero di urgenza, insufficienza respiratoria grave, 10 minuti e mio figlio non era più tra le nostre braccia, era uno scricciolo piccolo e indifeso attaccato all’ossigeno, aveva fili che gli attraversavano il corpo, gli mancava il fiato, respirava a malapena. Forse il nostro primo miracolo è stato riaverlo tra noi.

Mio marito è un uomo davvero forte, credo di non aver mai conosciuto un uomo con tanta forza dentro, eppure davanti a quel figlio immobile e senza fiato l’ho visto in ginocchio.

Non poteva morire, era nostro figlio! Il cielo ci ascoltò.

Non passò però nemmeno un anno e quel bambino lo ricoverammo per sospetta leucemia.

Tutto crollò, anche la nostra fede. Ancora una volta quel bambino così piccolo si trovò di fronte una battaglia da combattere più grande di lui.

Ho passato giorni e notti accanto al suo letto, ho rimpianto amaramente l’averlo affidato 10 giorni a una mia parente, avevo avuto un aborto spontaneo a 5 mesi di gestazione e il dramma della mia vita si stava consumando tra dolore, rimorsi e rimpianti.

Non scorderò mai mio marito sulla soglia della porta di una camera di ospedale, tra le mani un sacchetto pieno di giochi, un grande camion, un aereo gigante e una macchinina…. “Tonio, guarda che ti ho portato!”

Può sembrare scontato e nulla di speciale portare dei giochi al proprio figlio, ma vi assicuro che 37 anni fa, un emigrato al nord non era poi così ricco, e misurava con il centimetro ogni sua piccola spesa.

Dopo giorni di attesa, dopo esami su esami, dopo lacrime e paura nostro figlio esce dall’ospedale, una mononucleosi, non era leucemia, debole ma vivo abbian riportato la gioia della nostra vita a casa, sano e salvo.

Pochi mesi dopo abbian salutato il freddo nord Italia, il nostro monolocale dove vivevamo in 4, abbian salutato amici e conoscenti e siam tornati a casa, nella casa che mio marito ha costruito mattone su mattone, con sacrificio, con tutta la forza che aveva in corpo, senza mettersi in ginocchio mai.

La nostra terra, il nostro sud, il nostro sole, la nostra famiglia, erano un richiamo che non potevamo ignorare. Io credo che nella vita si debba morire dove si nasce, le proprie origini non si devono rinnegare mai, e noi siam tornati a casa, lasciando alle nostre spalle, lavoro, amici, futuro certo, ma non la nostra vera casa.

Quel figlio nel frattempo cresceva, silenzioso, mai sulle righe, attento, forte, con un cuore esageratamente grande. Un artista mancato, lo ammetto. Sapeva e sa con una sola matita riempire un foglio con il suo talento,talento da vendere ma che non ha mai venduto a nessuno.

Con suo padre sempre, a lavoro, a casa, da bambino, da ragazzo, da adulto e poi da uomo. Insieme, anche quando un padre lo vorresti mandare a quel paese, anche quando il discepolo supera il maestro, anche quando la crisi ti mette in ginocchio e per amore di un uomo che ti ha donato ogni briciolo della sua vita, rimani a casa ad aspettare.

Anche adesso, un adesso che dura da un anno, lui è accanto a suo padre, accanto, sempre accanto.

Lunghe attese in ospedale ad aspettare la verità di un dottore sbattuta in faccia senza pietà, km e km da percorrere con la speranza che quella chemio, quella radar faccia il miracolo in cui ancora crediamo, pomeriggi interi a giocare a carte, “papà non può restare solo e se gioca a carte magari non pensa che sta morendo”.

Accanto a suo padre, per amore, per riconoscenza, per un grazie che vale una vita intera. Non è vero che solo un genitore può dedicare la sua vita a un figlio, io ogni giorno mentre cerco tra le lacrime e la mia rabbia un motivo per non crollare, guardo mio figlio e il suo coraggio e ringrazio il cielo di averlo donato proprio a me.

E’ lui il dettaglio nella vita di suo padre, e suo padre è il dettaglio nella vita di mio figlio.

A loro basta uno sguardo per capire ciò che la mente pensa, a loro basta un gesto per riempire i vuoti di silenzi a volte interminabili.

Poche parole, spazi di vita riempiti con il solo linguaggio del cuore, mano per mano senza mai darsi quella mano, fianco a fianco anche se quel padre è lontano km e dorme inconsapevole della sua malattia in un letto di ospedale.

“Andiamo a casa papà, ti porto a casa, stiamo in campagna dove tu respiri meglio, dove al mattino guardi l’alba, dove i tuoi nipoti giocano e tu, con le briciole di forze rimaste, sogni di tornare a guidare, di tornare a respirare senza ossigeno, di tornare a lavorare con me, per me, per noi”.

Lui è mio figlio, lui è un dettaglio.

Adesso a 55 anni, combatto la mia più grande battaglia con accanto la mia famiglia. Non so cosa succederà domani, ho imparato a vivere le mie giornate senza chiedermi cosa faccio oggi; cosa farò domani? Perché quel domani arriva e potrebbe essere il mio domani amaro.

La mia vita, piena di tutto e vuota di niente, vissuta sin da piccola intensamente, senza paura, sempre con coraggio, mi ha messa in ginocchia una volta 13 anni fa quando un linfoma stava portando via mio marito, adesso mi sbeffeggia nuovamente senza pietà. Ora non mi rimane che Dio e un suo miracolo.

Eppure la amo questa vita, con tutta la paura che ho in corpo io la amo, con tutta la rabbia che ho dentro io la amo, mi ha dato 3 figli, 4 nipoti, un marito da amare, da accudire e forse salutare.

Un malato di cancro sa cos’è la morte, la guarda in faccia ogni giorno e la sfida a testa alta nascondendo la paura. Un malato di cancro la vita la ama, amiamola anche noi, amiamola per noi stessi e un po’ anche per loro.

Amate la vostra vita, sempre.

A mamma Silvia.

Sabina B.

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