Ma mio figlio mangia poco?

Il bambino inappetente: paura o realtà? “Alimentare un bambino significa molto di più che nutrirlo”.

Appetire significa desiderare qualcosa pregustandone l’effetto con i sensi e con l’immaginazione.
Il termine inappetenza definisce un ridotto desiderio di cibo che può essere abituale o passeggero.

Molte visite pediatriche nei primi 5 anni di vita di un bambino hanno come motivazione  difficoltà alimentari del bambino inappetente, secondo il giudizio dei genitori.
Le lamentele più frequenti dei genitori sono:

  • 1)assunzione di cibo del bambino insufficiente in senso quantitativo,
  • 2)lamentele che riguardano la diversificazione degli alimenti ( mio figlio non mangia tutto)
  • 3)situazione oraria” dei pasti o pasti mancati ( mio figlio mangia quando ha voglia).
  •  4)da diversi anni qualche genitore più accorto, o forse più alla moda, comincia a temere il problema opposto e cioè l’assunzione eccessiva di cibo.

L’alimentazione del bambino, ma anche quella degli adulti, ha due componenti, una strettamente nutrizionale, legata al bisogno e l’altra, certamente non meno importante, psico-socio-affettiva.

Alimentare un bambino infatti significa molto di più che solo nutrirlo.
Per la madre nutrire è un momento per trasmettere affetto, amore e comprendere i bisogni del bambino mentre per il bambino, soprattutto nel primo anno di vita, è un momento per iniziare a socializzare e ad organizzare un comportamento in grado di metterlo in comunicazione con il mondo esterno.

Per poter confermare o dissentire dall’opinione dei genitori ed in particolare della madre che l’assunzione di cibo del bambino è insufficiente occorre che il pediatra conosca qual’ è il bisogno calorico normale per le varie età pediatriche,ma spesso questo è difficile da determinare con esattezza o non vi si da la giusta importanza.
Nello stesso tempo spesso la madre vede assunzioni alimentari che non rispecchiano quello che, secondo lei, sono le esigenze di un bambino “che non sta mai fermo” e che, talvolta, sono confermate, a torto, dal pediatra.

Viene quindi presto stabilita una relazione fra i due dati di fatto: il bambino non mangia molto-il bambino ha una crescita lenta.

Per la madre la relazione è: “siccome il bambino non mangia abbastanza il bambino non cresce”, mentre la verità è esattamente l’opposto: il bambino non ha un ritmo veloce di crescita e pertanto non ha bisogno di mangiare “molto”. Basterebbe quindi solo il controllo di accrescimento ed una corretta, chiara e rassicurante informazione ai genitori per ridurre o addirittura annullare il problema.

Purtroppo invece, dalla prima deduzione (errata) della madre scaturisce tutta una serie di comportamenti, prevalentemente materni, ma che spesso coinvolgono tutta la famiglia, e talvolta il pediatra, con lo scopo di incrementare l’assunzione di cibo del bambino.
Senza dubitare delle buone intenzioni materne, si stabilisce fra madre e figlio una comunicazione inefficiente in cui il bambino, costretto a mangiare, può diventare confuso ed ansioso visto che le sue necessità non vengono riconosciute correttamente.
Il bambino può quindi diventare molto passivo, non opporre resistenza alla somministrazione di cibo in eccesso, e “lasciarsi ingrassare” oppure molto reattivo e di conseguenza i genitori estremamente rigidi o superattivi nel tentativo di alimentare il loro “fragile bambino”.

I genitori che considerano a rischio di malnutrizione il proprio figlio cercano di intervenire attivamente, se, ad esempio, il bambino è lento a mangiare in confronto al loro ritmo, oppure se la quantità di cibo assunta dal bambino è da loro ritenuta insufficiente .
I risultati di questi interventi, basati su un riconoscimento errato di segnali e quindi non necessari, sono spesso esattamente l’opposto di quelli desiderati.

La gravità dei problemi alimentari in una famiglia può andare da livelli normali, fisiologici di quotidiana ansia ad espressioni molto patologiche .
Qualche volta la relazione fra madre e figlio può essere così distaccata e fredda che la madre non è proprio in grado di comprendere i segnali di fame ed il bisogno di cibo del bambino. D’altra parte la relazione può essere così invischiata che la madre va letteralmente in panico in quei rari momenti in cui il figlio rifiuta di mangiare, anche se ha buoni motivi per farlo perché ammalato o perché gli vengono proposti pasti troppo ravvicinati o abbondanti.

Sulla linea dell’adattabilità, invece, la relazione può essere così rigida che la madre decide autonomamente quanto, quando e cosa il figlio debba mangiare, senza considerare i segnali di fame o sazietà che il figlio le invia.

L’immagine speculare della madre rigida è quella caotica che non è assolutamente in grado di alimentare il proprio figlio su basi regolari temporali, qualitative e quantitative.

La relazione che il bambino ha con il cibo cambia con l’età. La maggior preferenza ed accettabilità per i cibi dolci è già presente nella nascita mentre la componente psico-sociale del gusto è in funzione del contatto che il bambino ha con un determinato cibo.

Le madri possono usare diversi metodi per convincere e forzare il proprio figlio a mangiare. Sfortunatamente le tecniche più usate sono anche le più inutili e dannose.

Nel prossimo articolo vi aiuterò a comprendere come mettere in relazione cibo, figli e famiglia e cercherò di aiutarvi a superare lo spauracchio ”bambino inappetente”.

A cura di Fabio Sellitri

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